videoterapia

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MARIKA MASSARA

Psicologa, Psicoterapeuta

Percorsi di videoterapia

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°7, settembre-ottobre 2006, pagg. 68-75, Roma

 

L’uso delle immagini e del linguaggio non verbale in psicoterapia si va affermando sempre di più, di generazione in generazione diventiamo sempre più sensibili al linguaggio audiovisivo di comunicazione di massa, al linguaggio del cinema e della televisione. Le immagini comunicano attraverso modalità diverse, a volte più dirette e creative, del canale verbale. L’immagine non ha bisogno di parole o di commenti, arriva a noi diretta, a volte prepotente e violenta, a volte commovente. L’utilizzo del video è riconosciuto in diverse aree della riabilitazione, dell’educazione, della formazione e della terapia, e si può inscrivere all’interno del contesto più ampio delle terapie espressive e delle arti-terapie, intese come paradigma a cui si riferiscono metodologie e tecniche terapeutiche molto diverse che condividano però l’utilizzo dei linguaggi artistici (Cavallo, 1995). La riflessione che si vuole portare avanti con questo lavoro è basata sull’uso di modalità videoterapeutiche e come queste si integrino all’interno del modello della Psicoterapia della Gestalt.

La videoterapia nell’accezione che propone O. Rossi (2003) “è il momento culminante di un percorso di crescita che porta e sostiene la persona nell’incontro e nella re-visione di se stesso. La videoterapia dà vita ad un’interazione dell’io con il me: l’immagine diventa l’interlocutore del soggetto in un processo di facilitazione del confronto con se stessi.” (O.Rossi, pag. 30, 2003).

Gli utilizzi del video sono molteplici e diversificati, dalla videoconfrontazione al video partecipativo, al counselling videoterapeutico, il video diventa un mezzo, un media che facilita un lavoro di consapevolezza personale a vari livelli.

Il campo della Psicoterapia della Gestalt può ben contenere questo tipo di lavoro.

La Gestalt è un approccio alla relazione d’aiuto di tipo fenomenologico-esistenziale il cui scopo è recuperare le parti perdute della personalità e si basa sui concetti di realtà-consapevolezza-responsabilità. Perls, il fondatore della Psicoterapia della Gestalt, fu portatore di una personalità ecclettica che lo spinse ad approfondire diverse discipline e ad integrarle nel suo modello di psicoterapia. Egli adattò, prese a prestito, combinò e non smise mai di inventare tecniche per l’assimilazione-creazione della vita stessa. Essere centrato nel presente è il principio di terapia e guarigione.

Secondo Perls la Gestalt più che una tecnica, rimane un’arte. L’obiettivo è sempre quello di dare impulso al processo di crescita e sviluppo delle potenzialità umane. In questo senso alcune tecniche specifiche della Psicoterapia della Gestalt richiamano proprio alcune modalità videoterapeutiche, una in particolare come già sottolineato sia da Giusti (1999) sia da Rossi (2003) è la tecnica della sedia vuota. La sedia vuota o sedia calda è una tecnica di derivazione psicodrammatica in cui la persona rappresenta un’altra persona o un ruolo e improvvisa un dialogo da sola. In Gestalt il dialogo è tra parti psichiche di sé in conflitto.

Questa tecnica esplicitando le parti e scindendole tende a rimetterle in contatto promuovendo il dialogo. Lo scopo è promuovere l’integrazione tra le polarità opposte e in conflitto della personalità.

Anche in videoterapia nel caso specifico della videoconfrontazione il soggetto parla con la sua immagine e in questo senso non c’è bisogno di stimolare un processo di proiezione e identificazione perché l’altra parte è lì, parla, si muove ed è in qualche modo reale. Le persone raccontano la loro storia concettualmente quindi è necessario passare dai concetti ai fenomeni. L’immagine è un fenomeno percepibile direttamente senza necessità di mediazioni o facilitazioni.

Come metodologia useremo appunto il dialogo tra le due opposte polarità, il dialogo tra l’immagine di me che vedo sullo schermo e il me che parla. L’immagine diventa il contenitore delle mie proiezioni, dei miei contenuti interni. Secondo Perls il 99% delle azioni umane sono costituite da proiezioni. In questo senso nell’immagine proietto i miei contenuti interni e grazie alla facilitazione del terapeuta posso diventarne consapevole e renderli attuali e modificabili, posso instaurare un dialogo che mi porti ad una sintesi creativa. Una forma critica di scissione è, secondo Patricia Baumgardner (1983), quella tra come il paziente appare e come dice di essere, tra la consapevolezza del corpo e delle emozioni e il ruolo che interpreta nella vita, il suo falso sé. Attraverso il dialogo il paziente può rendersi conto che ciò che appare incompatibile in realtà non lo è, che i due modi di essere si sostengono l’uno con l’altro e che ciò che è in contraddizione può essere riconciliato. In questo caso specifico la videoterapia ci viene in aiuto, il corpo non può nascondersi, l’immagine ce lo mostra in tutte le sue sfaccettature, la postura e i movimenti ci parlano e raccontano la nostra storia sia se vogliamo ascoltarla sia se cerchiamo di negarla. Rossi (2003) a tal proposito parla di “copione posturale”, lavorando sulle espressioni corporee lavoro anche sulla mia storia e sul mio copione di vita. L’immagine mi racconta e all’interno di una situazione di gruppo non sono solo io che guardo, ma anche gli altri partecipanti diventano testimoni di un confronto inevitabile. In tal modo ho la possibilità di riappropriarmi consapevolmente della mia identità mentale e corporea. Ci vengono in aiuto, in questo tipo di lavoro, i fermi immagine, i ralenti, la modalità di gestione dell’immagine che non è neutra, ma è realizzata consapevolmente dal terapeuta che ha la possibilità di sottolineare e amplificare alcuni particolari. L’immagine diventa una sorta di diario che consente la possibilità di recuperare il filo narrativo della propria storia e di ridarle fluidità.

Antonio Ferrara (1999/2000) sottolinea come la narrazione “non si limita a riferire i fatti, ma ciò che è accaduto si cala nella vita del relatore” (Ferrara, 1999/2000, pag. 38).

I vissuti dell’esperienza originaria possono risvegliarsi e le emozioni, le sensazioni e le immagini si “ordinano e si danno pace”, proprio come avviene nel processo terapeutico. Ferrara porta l’esempio dell’adolescente che tiene un diario della propria esperienza e in questo modo costruisce la sua storia e la sua memoria, si focalizza sul proprio mondo interno producendo nessi associativi che facilitano lo sviluppo della consapevolezza. Possiamo in tal senso considerare il lavoro con il video a volte come una sorta di diario di sé, in cui posso rileggere/rivedere a distanza di tempo, grazie alla videoconfrontazione in differita, la mia immagine e le mie modalità relazionali all’interno di un setting psicoterapeutico sia individuale che di gruppo.

Il video ci viene in aiuto anche all’interno di modalità di lavoro meno dirette: si possono elaborare temi difficili come il rapporto genitori-figli, grazie alla possibilità di costruire storie, di realizzare un video. Questo è il caso del video partecipativo. Il gruppo diventa una vera e propria equipe di lavoro che coopera alla realizzazione del filmato. All’interno di un’esperienza portata avanti da me insieme ad altri colleghi presso il Centro per le Famiglie “La Bussola” di Bari negli anni 2003-2004 abbiamo sperimentato questo tipo di lavoro con un gruppo di donne, tutte madri di una età compresa tra i 35 e i 55 anni con un basso livello di istruzione e socio-culturale, le quali hanno aderito spontaneamente all’iniziativa. Il Centro Famiglia Territoriale “La Bussola” della Circoscrizione VIII di Bari, ubicato all’interno della Scuola Media Statale “Eleonora Duse” di S. Girolamo, ha iniziato la sua attività nel 2000 nell’ambito della legge nazionale 285/97 e sostiene le funzioni principali delle famiglie, dalla cura dei figli alla solidarietà interna, attraverso interventi di politica sociale, in un’ottica di promozione dell’agio, in contrapposizione al disagio di alcune realtà. La situazione economica e sociale di chi risiede presenta aspetti diversificati per cui lo stato sociale lo si può definire medio-basso. Il C.F.T. è un luogo in cui le famiglie si incontrano, i genitori si confrontano, i minori vengono accolti e ascoltati, in cui si acquisiscono competenze su temi connessi al ruolo educativo e genitoriale; uno spazio in cui svolgere attività laboratoriali e sportive, seguire percorsi formativi, consultare esperti ed essere supportati sui maggiori punti di criticità dell’esperienza familiare. All’interno del C.F.T. vengono accolti i bisogni di socializzazione, relazione, sperimentazione e comunicazione in un territorio che nulla offre in tale direzione. Il Centro Famiglia, rispetto alla strutturazione complessa e alla varietà di servizi e attività che offre, si pone numerosi obiettivi, il laboratorio da noi realizzato mirava a soddisfarne soprattuto due: offrire uno spazio di aggregazione per le famiglie che vogliono mettere in comune le proprie esperienze genitoriali, attraverso momenti di condivisione e riflessione informali, spazi di informazione ragionata e critica e momenti di puro svago; offrire situazioni di sostegno alla genitorialità e di orientamento all’essere genitori. Questi obiettivi sono stati raggiunti attraverso strumenti arte-terapeutici. L’utilizzo della drammatizzazione come momento di forte empatia, di comunicazione di vissuti, esperienze, quotidianità, ha permesso all’utenza di sperimentare modalità relazionali differenti. Attraverso l’uso della videocamera e attraverso la drammatizzazione di eventi si agevola l’espressione delle emozioni, il lavoro sul corpo, lo sviluppo dell’immaginazione e della creatività. La partecipazione è stata numerosa e costante. Rispetto al monitoraggio sulla soddisfazione e insoddisfazione dell’utenza si è operato attraverso un’attenta analisi di osservazione da cui è stato possibile rilevare costantemente il numero delle frequenze e il grado di motivazione della partecipazione alle attività. Importanti sono stati anche i momenti di feedback con l’utenza. Il clima di accoglienza creatosi spontaneamente, l’empatia tra conduttori e partecipanti, la possibilità di sperimentare nuovi modi di comunicazione, di mettere “in scena” esperienze personali elaborandole, di sperimentare la videocamera come strumento di lavoro ha favorito la crescita personale attraverso momenti emozionali di forte intensità. Il lavoro si è svolto attraverso due incontri mensili della durata quattro ore durante l’arco di sette mesi tra gli anni 2003-2004. I partecipanti hanno lavorato sul tema del rapporto genitori-figli partendo dalla costruzione di storie e hanno creato parallelamente due trame differenti: la prima protagonista, Carlotta, è una ragazza di 17 anni, molto ribelle e trasgressiva, che desidera a tutti i costi uscire di casa la sera, ma la madre, molto repressiva, glielo impedisce; la seconda protagonista, Rachele, al contrario, molto studiosa, timida e introversa ha un forte attaccamento alla madre, la quale invece cerca a tutti i costi di farla uscire di casa e di spingerla a socializzare proponendole una vacanza studio all’estero. Queste due storie, all’inizio molto stereotipate e semplici, hanno acquisito spessore attraverso l’approfondimento e la caratterizzazione dei personaggi che sono divenuti maggiormente interessanti e reali. I partecipanti hanno sceneggiato le storie e hanno costruito due piccoli cortometraggi, filmati e recitati da loro stessi. Durante la fase di costruzione ci sono state lunghe discussioni tra le signore, inizialmente non si trovavano d’accordo sulla sceneggiatura, sui personaggi, su come girare le scene. C’era molto disaccordo che evidenziava anche la loro difficoltà ad affrontare questo tema e il coinvolgimento personale è stato lento e ambivalente. Erano molto restie a mettersi in gioco, ma lentamente e gradualmente hanno trovato il loro piacere ed entusiasmo nel lavoro. Le due sceneggiature hanno fornito lo spunto per aprirsi al confronto con le proprie personali storie di vita, sono diventate metafora delle loro esperienze famigliari e ognuno ha trovato in entrambi i copioni e nei diversi personaggi, se pur molto diversi tra loro, punti di contatto con la propria vita. Una fase importante è stata quella della revisione del materiale girato in cui si è lavorato anche attraverso modalità di videoconfrontazione mediata dal terapeuta con alcune signore. La possibilità di confrontarsi con la loro immagine, la loro postura, gli sguardi e i movimenti del corpo, al’interno di un contesto in cui “sono io, ma sono protetto dal personaggio che sto recitando”, ha permesso un lavoro di consapevolezza che all’inizio non avremmo creduto possibile e dal lavoro sui personaggi siamo arrivati al lavoro su se stessi. A questo punto le immagini e non solo la storia sono diventati contenitori del proprio copione di vita nella misura in cui il terapeuta attraverso un lavoro di replay e di gestione del video ha facilitato la consapevolezza personale. Grazie alle storie filmate e al lavoro successivo con le immagini si è riusciti a sostenere un lavoro personale altrimenti difficile da stimolare.

Questo tipo di lavoro ha offerto la possibilità di discutere temi difficili e di coinvolgere i partecipanti, molto restii a mettersi in gioco proprio perché all’interno di un quartiere molto degradato di una città del sud, in cui vige un sistema di “omertà” nel quale c’è la forte concezione che i problemi si discutono solo all’interno della propria casa “a porte chiuse”. I video creati raccontano storie in cui tutti possono identificarsi soprattutto perché sono stati costruiti, filmati e sceneggiati dai partecipanti stessi. La storia è diventata la proiezione delle loro paure, le immagini contengono le loro difficoltà relazionali nei confronti dei figli e l’identificazione successiva permette un confronto in cui ci si lascia finalmente andare alle emozioni. All’interno del gruppo si è sviluppata una forte empatia, e alla diffidenza iniziale nei confronti sia del gruppo sia delle proprie capacità creative si è andata man mano sostituendosi un forte sostegno e una sensazione di efficienza ed efficacia.

Il discorso su questo gruppo implica una riflessione sulla distanza che si crea tra me e la storia, tra me e i personaggi, tra me e il prodotto video.

Landy all’interno del modello della Drammaterapia parla di individuo iperdistante che a livello intrapsichico e relazionale, è rigido e controllato e ha bisogno di instaurare confini forti tra sé e gli altri.

Landy (1999), altresì, parla di ipodistanziamento, nel caso in cui la persona non possiede confini definiti tra sé e il personaggio e si identifica con esso.

La distanza estetica, per questo autore, è un equilibrio tra affetto e cognizione, si potrebbe dire come due polarità dialettiche, “ad una distanza estetica, l’individuo ricopre il ruolo dell’osservatore cognitivo e distante e il ruolo dell’attore affettivo, emozionalmente coinvolto.” (Landy,1999, pag.140).

In questa situazione ci sono confini chiari tra una persona ed un’altra, tra un ruolo e l’altro, ma sono sempre flessibili e modificabili nei cambiamenti che possono avvenire nella persona o nell’interazione. La distanza estetica permette una partecipazione empatica sia tra i partecipanti in un setting di gruppo, sia con quel me stesso che incontro confrontandomi con la mia immagine in un lavoro di videoterapia. In questo caso potremmo dire che consente una sorta di “empatia con il me stesso immagine” che porta, attraverso la mediazione percettiva, a ri-vedermi.

I modi e i mezzi per amplificare il vissuto di distanza sono molteplici nei diversi campi delle arti-terapie, Landy (1993) utilizza le strutture del teatro e tecniche proiettive come maschere e pupazzi.

Psicoterapeuti della Gestalt, come Paolo Quattrini o Oliviero Rossi, utilizzano nelle drammatizzazioni la modalità del “fare la regia”: è il soggetto stesso che mette in scena e dirige gli altri partecipanti del gruppo nel rappresentare ciò di cui ha bisogno in quel momento.

Oliviero Rossi utilizza nel lavoro di costruzione di storie e counselling videoterapeutico con adolescenti un ulteriore forma di distanziamento (“Il teatro delle emozioni”, Rossi 2000-2001)[1]: il cambiare i riferimenti reali in fantastici, si cambiano i nomi e gli eventi, trasponendoli in un ambito di fantasia, di realtà metaforica.

Questo consente di osservare e allo stesso tempo partecipare alla storia, in un equilibrio tra ipodistanza e iperdistanza.

         Anche nel lavoro di videoconfrontazione in diretta, secondo Rossi (2003), è evidente l’importanza della distanza estetica: io mi guardo e il terapeuta stimola un contatto con la mia immagine, un lavoro di identificazione e disidentificazione, tra vicinanza e distanza in cui attraverso l’amplificazione e la mediazione terapeutica il vuoto sterile diventa vuoto fertile e viene prodotta consapevolezza.

Thenot (1989), sempre nel lavoro con il video, parla di “mise a distance” (distanziamento). L’autore sottolinea come in una situazione potenzialmente fusionale e identificativa, alcuni aspetti tecnici possono favorire la differenziazione critica.

Lui utilizza, ad esempio, il far regolare al soggetto l’immagine videoregistrata che sta vedendo, nella misura in cui è capace di padroneggiare il mezzo. Un altro espediente tecnico che crea distanza in videoterapia è la videoconfrontazione in differita.

Come riferisce O. Rossi (2003), nella videoconfrontazione in differita, l’immagine diventa autonoma ed evoca differenza permettendo un confronto dialogico nella misura in cui il cliente la sente nello stesso tempo come una parte di sé. La possibilità che l’immagine diventi autonoma è data dal rilevamento di una discrepanza, in questo caso temporale, tra l’immagine di me e ciò che vedo nello schermo.

L’immagine evoca differenza e permette un confronto.

Rossi, ancora, sottolinea come il nuovo nasce in questo spazio, vissuto inizialmente come vuoto e confusione (Rossi, 2003).

La forza creativa di questo spazio, di questa distanza da abitare potrebbe essere paragonata a quella dell’ “indifferenza cretiva”[2] in Psicoterapia della Gestalt, una posizione in cui l’interesse del terapeuta si colloca quasi in equidistanza tra i due poli in opposizione “evitando una prospettiva unilaterale: otteniamo, così, un’intuizione molto più profonda della struttura e della funzione dell’organismo” (Perls, 1969).

E’ evidente, a questo punto, la necessità di un bilanciamento di emotività e cognizione, di identificazione e osservazione. Come sottolinea Perls, riprendendo la concezione di Friedlander di indifferenza creativa, “ogni evento è in relazione a un punto-zero, da cui prende inizio un differenziazione in punti opposti. Rimanendo vigili sul punto centrale, si può acquisire un’abilità creativa di vedere entrambe le parti di un’evento.” (Perls, 1969).

La distanza che si crea nel caso del video partecipativo tra me e la storia filmata, nel caso della videoconfrontazione tra me e l’immagine di me che vedo, sia essa in diretta o in differita, produce uno spazio, un vuoto fertile all’interno del quale nascono nuove possibilità.

L’attenzione costante all’utilizzo di diverse modalità espressive in consonanza con la base fenomenologico-esistenziale propria della psicoterapia della Gestalt mira a sostenere e sviluppare la creatività personale come strumento privilegiato nella relazione d’aiuto.

Possiamo intendere in questi ambiti la psicoterapia come arte creativa. Perché la psicoterapia come arte creativa?

Senz’altro perché la psicoterapia è l’incontro tra due mondi soggettivi, quello del professionista e quello del paziente. Buber (1993) sosteneva l’importanza della relazione Io-Tu, quindi appunto di incontro tra due soggettività, a differenza del modello medico Io-Lui in cui c’era un soggetto e un oggetto. Qui ci sono due soggetti unici che creano un incontro unico e irripetibile. Paolo Quattrini afferma che fare psicoterapia non è come camminare sulla terra, ma è come imparare a nuotare nel mare, dove tutto si muove intorno e bisogna restare sempre flessibili e aperti e appunto creativi di fronte a quello che succede. Nella psicoterapia lavoriamo con le emozioni del paziente, quindi con un linguaggio analogico che è appunto il linguaggio del sentire, delle emozioni, dell’esperienza. Questo perché le emozioni a volte sono difficili da comunicare e il linguaggio digitale che è il linguaggio del pensiero è troppo ristretto per accogliere l’infinita gamma dell’esperienza del singolo. Quindi per comunicare utilizziamo un linguaggio metaforico, il linguaggio del come se…che è lo stesso linguaggio dell’arte, ad es. i tuoi occhi sono come due stelle nel cielo. La metafora, il linguaggio artistico e analogico trasporta significati difficili da comunicare diversamente.

Oltre al considerare la psicoterapia come arte, sottolineiamo l’importanza dell’utilizzo dell’arte in psicoterapia. E’ importante non soffermarsi sulla singola tecnica, ma aprirci al linguaggio artistico per cui possiamo utilizzare la danza, il teatro, la pittura, il disegno, il video, la fotografia, la scrittura e la poesia come diversi canali più diretti e meno mediati, soprattutto nei casi in cui c’è difficoltà ad usare il linguaggio verbale. Quindi per esempio con gli adolescenti (“Il teatro delle emozioni”, Rossi 2000-2001) utilizzare forme artistiche rende più facile la comunicazione perché a volte c’è difficoltà a parlare apertamente di certi argomenti e con l’arte, ad es. con il raccontare storie e creare un cortometraggio, si crea una distanza che possiamo chiamare distanza artistica che permette di avvicinarsi a temi complessi. Il video, come abbiamo visto nell’esperienza presso il Centro per le Famiglie “La bussola”, ci ha aiutato in una situazione difficile, in cui gli scarsi strumenti socio-culturali e il forte clima di diffidenza ci impedivano di utilizzare mezzi di lavoro psicoterapeutici tradizionali, e in questo spazio che potremmo chiamare transizionale che non è né reale, ma non fa neanche parte solo del mondo interno, perché è una storia che vive fuori, nel mondo, mi permetto di aprirmi al confronto. In questa esperienza di video partecipativo possiamo parlare di una palestra, di uno spazio protetto in cui è possibile sperimentarsi, di un laboratorio di creazione dove si rifanno i corpi, le storie, le immagini e dove quello che è importante non è il prodotto finale, ma il processo, quello che, grazie al lavoro di creazione, è emerso alla mia consapevolezza.

Abbiamo visto che in particolari situazioni il quadro di riferimento della Gestalt Therapy offre le basi per poter applicare il video e le arti in generale, intese come modulatori della relazione, in diversi contesti e offre la possibilità di affrontare vaste aree di disagio sociale e psicologico. Si auspica un lavoro con l’immagine che, attraverso l’ottica della Gestalt therapy, sappia fornire uno spazio di crescita e di riappropriazione delle proprie storie di vita in un contesto di responsabilità, creatività, consapevolezza e attenzione al presente.

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

BUBER, M. (1993) “Il principio dialogico e altri saggi”, San Paolo Editore, Milano.

CAVALLO, M. (1995). “Pensare per immagini. Arti Terapie e immagini mentali”, Arti Terapia n.4, anno 1.

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FERRARA, A. (1999/2000), “Il paziente si racconta.” Formazione IN Psicologia, Psicoterapia, Psichiatria n. 38/39.

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THENOT, J.P. (1989). “Videotherapie. L’image qui fait renaitre.”, Paris: Ed. Greco.

 

 



[1] Per le modalità applicative del progetto vedi l’articolo Rossi, O. (2000-2001), “Il teatro delle emozioni: un intervento di counseling scolastico”. Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria, vol.41-42, ed. GRIN- Roma.

 

[2] Confronta C. Naranjo - Teoria della tecnica Gestalt. Melusina, Roma, 1973

 

 
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